10 settembre 2026 · 5 min di lettura
Sito web per avvocati: cosa si può scrivere (e cosa no) secondo il codice deontologico
Guida pratica per avvocati che vogliono un sito: cosa permette il codice deontologico forense, cosa evitare e come restare in regola senza rinunciare a farsi trovare.
Se sei un avvocato e stai pensando a un sito, la prima domanda che ti viene in mente è quasi sempre la stessa: cosa posso scrivere senza rischiare un richiamo dell'Ordine? È una domanda legittima, perché la professione forense ha regole più stringenti di un negozio o di un ristorante. Vediamo punto per punto cosa passa e cosa no, senza tecnicismi.
Il principio di fondo
Dal 2012 in poi la pubblicità informativa per gli avvocati è ammessa: puoi far sapere chi sei, cosa fai e dove trovarti. Il codice deontologico forense (in particolare l'articolo 35) non vieta di comunicare, vieta di farlo in modo scorretto, ingannevole o irrispettoso della dignità della professione. Il criterio guida è semplice: informazione sì, pubblicità ingannevole o scorretta no.
Cosa puoi scrivere tranquillamente
Puoi indicare il tuo titolo di studio, l'anno di iscrizione all'albo, le specializzazioni o i settori in cui lavori davvero (diritto di famiglia, lavoro, condominio, penale, e così via), le lingue che parli, dove hai lo studio, gli orari e come contattarti. Puoi anche scrivere articoli di approfondimento su temi giuridici comuni: sono utili ai clienti e non creano nessun problema deontologico, anzi ti fanno percepire come competente senza bisogno di dirlo tu.
Le tariffe: si possono indicare
Sì, puoi pubblicare informazioni sui compensi, ma devono essere vere, chiare e non fuorvianti. Va bene scrivere "prima consulenza a tariffa fissa" o spiegare come funziona il preventivo, mentre non va bene lasciar intendere cifre stracciate solo per attirare contatti e poi applicarne altre in studio.
Cosa non puoi scrivere
Qui sta la parte delicata. Sono vietate le promesse di risultato: frasi come "vinciamo la causa" o "recupero garantito del credito" sono un problema serio, perché nessun avvocato può garantire l'esito di un procedimento. Sono vietati i paragoni con altri professionisti ("il migliore studio della zona", "più efficaci della concorrenza") e i giudizi di valore su colleghi. Non si possono usare loghi di tribunali, ordini forensi o enti pubblici come se fossero un marchio di garanzia. E non si possono citare casi seguiti, anche vinti, con nomi di clienti o dettagli che li rendano riconoscibili: qui non è solo una questione deontologica, è anche riservatezza professionale, che per un avvocato è quasi sacra.
Il capitolo recensioni e testimonianze
È la zona più scivolosa. Una frase tipo "grazie all'avvocato ho vinto la causa" firmata con nome e cognome del cliente è rischiosa su più fronti: viola la riservatezza se non c'è un consenso esplicito e scritto, e rischia di essere letta come una promessa di risultato indiretta. Le recensioni vere su Google o su piattaforme esterne sono un'altra cosa, restano fuori dal tuo controllo diretto e sono generalmente tollerate: quello che va evitato è costruire sul sito una vetrina di giudizi selezionati ad hoc, magari inventati o rimaneggiati, per fare colpo.
Il buon senso come bussola
Alla fine il codice deontologico chiede una cosa sola: onestà. Racconta cosa sai fare davvero, con che esperienza, in che modo lavori, senza esagerazioni e senza scorciatoie. Un sito chiaro, aggiornato, con informazioni vere trasmette più fiducia di dieci superlativi messi in home page. E se qualcosa non sei sicuro se si possa scrivere, il consiglio spicciolo è: se sembra una pubblicità di dentifricio, probabilmente non va bene per un avvocato.
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